Maria Paola Pietropaolo – 20 gennaio 2026

Ci sono episodi che ci scuotono nel profondo, non solo perché ci colpiscono come cittadini, ma perché toccano il cuore del nostro lavoro: la scuola come luogo di crescita, di fiducia, di futuro. Il fatto accaduto a La Spezia ci lascia addosso un grande sgomento e anche una domanda difficile: come è possibile che si arrivi fin lì?

In questi giorni, come spesso accade dopo eventi così drammatici, il dibattito pubblico si è riempito di proposte “di sicurezza”: metal detector, controlli più rigidi, misure repressive. È una reazione comprensibile. Quando la paura entra nelle scuole, la prima tentazione è quella di cercare soluzioni immediate, visibili, rassicuranti.

Eppure, proprio perché siamo educatori e crediamo nel nostro ruolo, sentiamo il dovere di dirlo con chiarezza: la repressione non è una risposta educativa. O, meglio, non può essere la risposta principale. Perché arriva tardi. Interviene quando il disagio è già diventato gesto, quando la frattura è già avvenuta, quando il dolore ha già preso una forma che ferisce.

Mettere un metal detector all’ingresso può forse intercettare un oggetto, ma non intercetta ciò che lo ha portato lì. Non intercetta la solitudine, la rabbia, l’umiliazione, la fatica di stare al mondo. Non intercetta la perdita di fiducia, la sensazione di non avere posto, la difficoltà a chiedere aiuto. E se una scuola comunica ai suoi ragazzi, ogni mattina, che per entrare devono essere “controllati”, rischia di far passare un messaggio silenzioso ma potente: non mi fido di te.

La visione del modello Senza Zaino nasce per immaginare una scuola che non è un luogo neutro, ma un ambiente che educa già dal modo in cui è pensato, abitato, vissuto. E che la sicurezza più solida non è quella costruita sui varchi, ma quella costruita attraverso i legami.

Nel nostro modello parliamo di comunità, responsabilità, ospitalità. Sono parole che, nei momenti di crisi, diventano ancora più concrete.

Comunità significa non lasciare nessuno fuori. Non solo fuori dalla classe, ma fuori dal “noi”. Significa che il gruppo non è un insieme di individui seduti nello stesso spazio, ma un contesto che sostiene, contiene, orienta. Una comunità educante non elimina il conflitto, ma lo rende affrontabile. E spesso è proprio la mancanza di appartenenza – quel sentirsi invisibili o inascoltati – a preparare il terreno ai gesti più estremi.

Responsabilità non coincide con l’obbedienza. Non è “fare quello che ti dico”. È costruire progressivamente la capacità di riconoscere l’effetto delle proprie azioni sugli altri e su di sé. È imparare a stare nelle regole non per paura della punizione, ma perché si comprende che le regole sono un patto che protegge la vita comune. È un lavoro lungo, quotidiano, fatto di coerenza, di presenza adulta, di parola data e mantenuta.

Ospitalità non è permissivismo. È l’idea che la scuola possa essere un luogo dove il disagio non viene semplicemente espulso o etichettato, ma riconosciuto e accompagnato. Ospitare significa creare condizioni perché anche ciò che è scomodo – la fatica emotiva, la fragilità, l’aggressività che chiede aiuto in modo sbagliato – possa essere letto, trasformato, contenuto prima che diventi pericolo.

In questi anni abbiamo imparato che la prevenzione non si fa con grandi dichiarazioni, ma con scelte minute e continue: con l’organizzazione degli spazi e dei tempi, con il clima che si respira in classe, con il modo in cui ascoltiamo, con la qualità delle relazioni tra adulti, con la possibilità data ai ragazzi di partecipare e di contare.

Forse, allora, la domanda non è “come aumentiamo i controlli?”, ma come rendiamo la scuola un luogo in cui i segnali si vedono prima?
Come costruiamo contesti in cui un ragazzo possa dire “sto male” prima di urlarlo con un gesto?
Come ci alleniamo a riconoscere il disagio quando è ancora domanda, e non quando diventa rottura?

Non abbiamo ricette semplici. Ma abbiamo una direzione, e la conosciamo bene: fare della scuola una comunità accogliente. Che non significa una scuola facile e “buona”; al contrario, una scuola esigente, che richiede impegno e rispetto, a tutti i livelli. 

Questo significa, ad esempio, investire su pratiche che tengono aperta la comunicazione e riducono l’isolamento: momenti strutturati di parola e di ascolto, patti di corresponsabilità costruiti davvero insieme, cura del gruppo classe, responsabilità distribuite, spazi che non siano solo “posti” ma ambienti di vita e di lavoro. Significa anche non lasciare soli i docenti: perché la prevenzione non è un atto individuale, è un lavoro collegiale. E significa costruire alleanze vere con le famiglie e con il territorio, senza deleghe reciproche e senza scaricabarile.

La tentazione di rispondere con misure repressive nasce dalla paura, ma rischia di farci perdere di vista l’essenziale: la scuola non può diventare un luogo di sospetto. Deve essere un luogo sicuro, sì, ma sicuro perché abitato da adulti presenti, da legami affidabili, da responsabilità condivise, perché la sicurezza che dura non si mette ai cancelli: si costruisce nelle comunità che educano.

Pubblicato il: 27 Gennaio 2026

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